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Pallacanestro Brescia: 25 anni di storia iniziata per gioco e giunta al titolo di campioni d’inverno - parte 5

Stagione 2012-2013: dalle difficoltà, la rinascita

L’estate 2012 la ricorderò per sempre come una delle più belle in assoluto, perché inizia con grandi difficoltà ma, come nei romanzi d’avventura più classici, si trasforma in un’esperienza preziosa e indimenticabile.

La società si trova in difficoltà: perde persone importanti come Ario Costa quale direttore generale, mentre rimane Marco Abbiati nel doppio ruolo di direttore generale e sportivo, ed è necessario trovare le risorse economiche per continuare l’avventura e fatichiamo non poco nella ricerca, anche se con le solite determinazione, passione e anche un po’ di cocciutaggine riusciamo a tenere insieme il gruppo.

Purtroppo non possiamo garantire gli ingaggi della stagione precedente, per cui parte della squadra viene ceduta e i giocatori vengono lasciati liberi.

Dobbiamo ricostruire ex novo non solo la squadra che scende in campo, ma anche quella che segue e dirige dalla panchina: cominciamo dall’allenatore, dal momento che a Sandro Dell’Agnello, dopo le due stagioni strepitose al timone della nostra compagine, vengono fatte offerte importanti da altre realtà. Mario Ghersetti viene richiesto da Verona, che mette sul piatto (anzi, sul parquet) un ingaggio molto, molto alto; Ryan Thompson riesce addirittura ad ottenere un ingaggio cinque volte superiore a quello che gli avevamo garantito noi.

Feriti, ma non abbattuti (d’altronde Brescia non si chiama “leonessa” a caso), ricostruiamo poco a poco la squadra, mettendoci tutta la passione e tutte le speranze. La prima settimana di agosto troviamo il nuovo timoniere: la presidente Bragaglio sceglie come allenatore Alberto Martelossi, al quale è legato anche il primo dei bellissimi ricordi di quella stagione, ossia la sua conferenza stampa di presentazione al San Filippo durante la quale, alla domanda dei giornalisti su cosa si aspettasse dalla stagione che stava per iniziare, il coach rispose:

Partiamo ultimi, ma non arriveremo ultimi”.

Era questo il mantra per la stagione 2012-2013, che stavamo per affrontare senza ancora una squadra completa.

Dal gruppo precedente erano rimasti solo Andrea Scanzi e Stevan Stojkov, ai quali avevamo aggiunto in corsa due ragazzini di belle speranze ingaggiati a costi “contenuti”: Federico Loschi, che io e Graziella avevamo visto giocare e ci aveva colpito per la sensibilità nelle mani e un ottimo talento offensivo, ed Eric Lombardi, che era stato notato a Biella da mio figlio Riccardo durante la sua militanza nel campionato nazionale juniores. Erano due scommesse vere e proprie, perché non sapevamo se avrebbero retto la pressione e la competizione di una categoria come la serie A2.

Quindi ci trovavamo con solo quattro giocatori e l’allenatore a ridosso dell’inizio della preparazione, che sarebbe partita a metà di agosto…

Ma qui ci mette lo zampino, e forse anche qualcosa di più, la signora fortuna. Caso vuole che a all’Armani Milano sta allenando Sergio Scariolo, mio grandissimo amico, che ha portato in Italia un ragazzino argentino molto interessante, Juan Fernández, al quale vorrebbe far fare esperienza in una serie inferiore prima di farlo debuttare in A1, per la quale evidentemente non era ancora pronto.

Quindi otteniamo il giovane Fernández in prestito dall’Armani Milano e in contemporanea coach Martelossi ci propone un giocatore greco che conosce molto bene e che apprezza: Nikolaos “Nikos” Barlos, ala a fine carriera con un’esperienza solidissima in A1 Ethniki, la prima divisione del campionato greco, che desiderava fare esperienza all’estero. Tutto ci saremmo aspettati da un ottimo giocatore come Barlos, ma non che eccedesse ogni più rosea previsione: si rivelerà un guerriero nato, un leader nello spogliatoio e una solida guida per il gruppo, oltre a un catalizzatore degli apprezzamenti delle tifose bresciane (e come dar loro torto!).

Abbiamo quindi il playmaker e siccome una squadra di pallacanestro si costruisce sull’asse play-pivot era arrivato il momento di trovare il giusto numero 5.

The Hammer” chiama me e Graziella e ci propone un affare molto interessante, ma altrettanto rischioso: David Brkic non ha ancora firmato con nessuna squadra a e sarebbe il giocatore giusto al momento giusto. Ha però un costo elevatissimo che per poco non fa svenire la nostra presidente…

Proviamo quindi una mossa alternativa, convincendo anche Graziella: proporre a Brkic di venire con noi “a gettone” per i primi tre mesi di campionato, cioè fino a fine novembre, con la speranza che il suo innesto spinga la squadra nella direzione giusta, ci faccia vincere qualche partita e ci permetta di creare entusiasmo e supporto intorno al gruppo.

Lo spirito è un po’ quello del vivere alla giornata, anche se sappiamo molto bene che è un azzardo.

Siamo ormai giunti alla fine dell’estate e l’inizio della nuova stagione bussa alle porte. Il tempo stringe ma riusciamo a mettere a segno un ultimo tiro da tre punti: Abbiati ci parla di un giocatore in Germania che ha subito un brutto infortunio alla spalla e verrebbe con noi per pochissimo perché ha bisogno di rilanciare la sua carriera.

Questo giocatore è Michael Jenkins, che dopo la stagione con noi firmerà un contratto con la squadra turca Turk Telekom un biennale da 1 milione di euro.

Va da sé che scommessa più, scommessa meno, arruoliamo Jenkins nel nostro progetto e ci ritroviamo così a settembre, quasi al completo. L’ultimo tassello del nostro mosaico arriva ancora da una conoscenza di Abbiati, contattato da un procuratore che gli offre un giocatore dal carattere “nevrile”, ma che ha militato in diverse squadre NBA e ha un ingaggio abbordabile: Justin Ray “J. R.” Giddens.

Quando mi viene fatto questo nome, il mio primo pensiero è. “Questa è una stagione di transizione, il nostro principale obiettivo è arrivare in zona salvezza e non retrocedere… prendiamo anche lui e vediamo come va”.

È questo il preludio della stagione di Lega A2 2012-2013, che inizia monca perché sono solo 15 squadre in lizza dopo l’esclusione di Napoli dopo solo tre partite; i playoff si giocheranno tra le migliori 8 alla fine del campionato.

La stagione è un crescendo in rendimento, le prestazioni migliorano di gara in gara e tutto sembra girare per il verso giusto; talmente bene che decidiamo di completare il contratto di Brkic fino a fine anno e addirittura in corsa inseriamo l’uomo più alto d’Italia, il centro da 2,22 m Gino Cuccarolo, e terminiamo il campionato al quarto posto con 34 punti. Arrivano prime, a pari merito, Barcellona Pozzo di Gotto e Pistoia.

I quarti di finale di playoff ci mettono sulla strada Forlì, quinta classificata al termine della stagione: giochiamo i primi due scontri in casa, vincendo nettamente Gara 1 e Gara 2; il terzo incontro si gioca in casa avversaria e stampiamo un bellissimo 87 a 79 che ci permette di passare al turno successivo.

In semifinale realizziamo un capolavoro cestistico contro Trento e approdiamo in finale, dove ci attende la minacciosa Pistoia, che avrà il vantaggio del campo. La serie comincia come peggio non si potrebbe: nei primi minuti di gioco, durante uno scontro violentissimo con Giacomo “Jack” Galanda, Jenkins si rompe un dito; questo significa perdere uno dei due migliori americani della stagione per tutta la serie finale. Perdiamo Gara 1 con il punteggio di 65 a 60 e Gara 2, in un clima infernale, di soli due punti, 58 a 56, con la possibilità, sfumata, del tiro della vittoria.

La serie si sposta per Gara 3 e Gara 4 al San Filippo. Siamo senza Mike Jenkins, ma ci imponiamo con una reazione di orgoglio stravincendo entrambi gli scontri: 70 a 55 il primo e 73 a 62 il secondo, arrivando così a parità di scontri vinti al rush finale, la partita che deciderà davvero le sorti di questo tribolato campionato.

È giunta Gara 5; è il 22 giugno. Arriviamo a questo ultimo scontro provati ma non domi e facciamo di tutto per permettere a Mike Jenkins di prendere parte a questo ultimo atto che potrebbe rappresentare un momento storico per la sua carriera e per la nostra avventura. Scegliamo anche di nasconderci agli occhi dei tifosi per vivere il giorno prima della finale nel modo più sereno e tranquillo possibile, scegliendo un albergo defilato a Montecatini Terme.

Ma succede quello che non doveva: un giornalista bresciano, scoperto il nostro ritiro, lo rende pubblico. I tifosi pistoiesi non ci mettono molto a raggiungerci e ad organizzare una ronda notturna rumorosa sotto le nostre finestre. Un’azione di disturbo artigianale in piena regola.

Credete sia tutto?

La mattina successiva, recandoci al palazzetto di Pistoia per la rifinitura pre-partita troviamo transenne, pompieri e caos. Lì per lì non capiamo cosa sia successo, ma non ci mettiamo molto a scoprire la profumatissima sorpresa nel nostro spogliatoio: una camionata di letame lo rende completamente inservibile.

Alla beffa il danno: in una giornata torrida d’estate immaginate come poteva essere l’odore che imperversava nel palazzetto, soprattutto dalla parte della curva bresciana che si trovava proprio sopra il nostro spogliatoio… Un’atmosfera pesante, in tutti i sensi.

In questa condizione riusciamo a giocare alla pari con Pistoia per tre quarti della partita; purtroppo il contributo di Jenkins è nullo perché il dolore alla mano è straziante e non gli permette di muoversi con serenità. Arriviamo anche ad un vantaggio massimo di quattro punti prima della fine del terzo quarto, ma l’ultimo quarto è ingiocabile.

Negli ultimi minuti di quella partita è impossibile avvicinarsi alla metà campo avversaria: sul parquet arriva di tutto dagli spalti, gli arbitri non tengono più il controllo della partita e lo scontro (forse è il termine più azzeccato per descrivere questo evento) termina con il punteggio di 60 a 47, il che rende evidente quanto l’ultimo quarto non possa essere definito pallacanestro.

Nonostante questo usciamo da quel palazzetto con la testa alta e io conservo il ricordo dell’impegno e della volontà dei nostri ragazzi.